sabato 17 agosto 2013

Via dei Fori, via dai Fori


Nei giorni scorsi il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha dichiarato di voler avviare un progetto finalizzato a “far scomparire” quella strada tanto vituperata che è Via dei Fori imperiali1. Si tratta di una delle strade attualmente più rappresentative e identitarie della città che ha fatto parlare di sé da sempre, da quando è stata realizzata in pieno ventennio fascista secondo un preciso programma di uso pubblico della storia2, passando per il dibattito della Roma illuminata dei sindaci Argan, Petroselli e Vetere – con tanto di istituzione dell’Assessorato agli interventi sul centro storico guidato da Carlo Aymonino3 – fino ai nostri giorni con tanto di progetti per la linea metropolitana C e conseguente sistemazione dell’area.
Senza entrare nel merito di quel lungo e acceso dibattito4, si propone qui qualche riflessione sullo stato presente dei Fori e sul loro ipotetico immediato destino.

Pare ragionevole la trasformazione dell’area – laddove la trasformazione sia intesa come un mezzo per la conservazione - andando incontro alle esigenze di fruibilità, di “godimento”, di contemporaneità; ma allo stesso tempo va messo in luce quello che è probabilmente il più serio dei problemi a monte: la mancanza di un progetto archeologico circa l’area archeologica più grande del mondo, e dunque la mancanza di una precisa assunzione di responsabilità culturale. Vale la pena richiamare le parole di Andreina Ricci: “Ora quest’area […] sembra un campo di macerie incomprensibili; e tale resterà con qualsiasi intervento […] Fintantoché gli archeologi non studieranno un progetto – di archeologia prima che di architettura – per la messa in valore di quell’area, fintantoché non formuleranno proposte chiare su come e dove operare, cosa lasciare in vista, cosa ricoprire, cosa e come integrare per rendere leggibili quelle macerie, fintantoché non si assumeranno delle precise responsabilità scientifico-disciplinari (proponendo ad esempio l’eliminazione dei brandelli delle fasi successive a quella imperiale per rimettere in evidenza i contorni dei fori, oppure, al contrario, in quali zone mantenere resti delle fasi che si sono stratificate successivamente) nessun progetto architettonico-urbanistico potrà essere efficace, nessuna soluzione politica e nessuna scelta architettonica potranno attribuire qualità a quello spazio in assenza dei un’idea progettuale dalla quale amministratori e architetti possano prendere le mosse”5.

Ciò premesso, cosa significa dunque rimuovere questa cesura fra Foro romano e Fori imperiali? Concettualmente si tratterebbe di ripetere l’operazione del ventennio fascista tanto contestata. La costruzione dell’allora Via dell’Impero, operando un netto giudizio di valore, ha previsto la demolizione e lo sventramento di tutto il tessuto architettonico stratificatosi nei secoli sull’area dei Fori in vista della scelta – questa sì progettata, al di là del fine – di collegare con un’arteria “monumentale” il Colosseo a Piazza Venezia. Giudizio di valore, dunque, che al netto del fine sarebbe assunto decidendo di rimuovere Via dei Fori per riunificare l’intera area archeologica ottenendo un solo, grande parco archeologico, citando ancora il sindaco.

Occorrono a questo punto due precisazioni. La prima riguarda la natura di qualunque intervento su una delle aree archeologiche più delicate del mondo: si tratterebbe certamente di un intervento di restauro, considerando questo come frutto di progetto di architettura con forti specificità, ricordando l’unità di metodo non solo fra le arti ma anche fra le scale stesse del restauro, da quella paesaggistica a quella architettonica e di dettaglio passando per quella urbana. Restauro inteso come restituzione critica di senso a un bene, portatore di precisi valori storico-estetici, da tramandare al futuro in un’ottica di leggibilità, appunto, salvaguardandone l’autenticità materiale e i valori figurativi ma anche rispettandone le stratificazioni: “progettazione di e per il restauro, quindi, ma su precisi binari storico-critici, con intenzionalità eminentemente conservativa e accettando come dato di partenza un concetto d’autenticità diacronico, dove la ‘verità’ storica con la quale confrontarsi è il frutto della stratificazione, spesso plurisecolare […], non la sola presunta facies d’origine; dove la ricerca del sempre più antico, a scapito delle testimonianze accumulatesi nel tempo, non ha senso ed è dilapidazione del patrimonio storico, come lo sarebbe strappare le pagine giudicate meno importanti oppure parzialmente riscritte d’un antico codice”6.
La seconda precisazione riguarda l’inibizione di molta parte dell’opinione pubblica – e di numerosi operatori – circa la natura del frammento; ciò che appare sconnesso, frammentario, ricco di soluzioni di continuità, viene percepito come qualcosa da riattaccare, ricomporre anche con qualche forzatura, come istintivamente verrebbe da fare con i cocci di un vaso rotto e un tubetto di colla. Ma siamo assolutamente certi che la reintegrazione di un’immagine debba essere necessariamente fisica e debba privilegiare una sola fase storica, scelta accuratamente e non senza rigore “filologico” ma pur sempre arbitrariamente? Né può trattarsi di recuperare la bellezza dispersa di un centro antico, imperiale in questo caso: non siamo né dèi né imperatori; non è un caso che Raffaello e, ancor più, Giulio Romano abbiano rielaborato criticamente – e non senza una dose di raffinata ironia – codici e linguaggio del passato senza riproporli pedissequamente.

Tutto ciò pone dei dubbi sul perché rimuovere Via dei Fori. Non da meno sono le perplessità sul come. Ancora Marino pensa saggiamente a un comitato internazionale per la scelta delle modalità tecniche dell’intervento ipotizzando al contempo diversi scenari: rimozione totale, rimozione parziale lasciando un lacerto come percorso ciclopedonale e mostrando le stratificazioni dell’arteria stradale (a questo proposito il sindaco allude a una TAC, essendo più avvezzo al campo medico; tuttavia una TAC non richiede lo sventramento di un paziente per analizzarne in profondità i tessuti, in altri termini è un’indagine non distruttiva – per rimanere nel gergo architettonico – e non una stratificazione scelta anche in questo caso arbitrariamente e mostrata a beneficio di futura memoria, quasi a volersi ripulire la coscienza: quello che c’era non c’è più ma sappiate che era così …). Dubbi, incertezze enormi sulle modalità tecniche, per non parlare di quelle economiche in un Paese, qual è il nostro, che certamente non sembra al momento affidabile circa operazioni imponenti di questo tipo nonostante gli sforzi del ministro Bray.

Accettata la pedonalizzazione della strada e sottratto il Colosseo al ruolo di gigantesco, per quanto prestigioso, spartitraffico, cosa bisogna aspettarsi? Se Via dei Fori fosse eliminata, ne risulterebbe davvero più leggibile il più grande parco archeologico del mondo che si verrebbe così a configurare? O ci si ritroverebbe davanti a una quantità sterminata di nude pietre7, coperte di tanto in tanto da strutture provvisorie, ammassate le une accanto alle altre senza rendere giustizia alla loro storia oltre che alla loro estetica? E Via dei Fori non è essa stessa un elemento fortemente identitario della città contemporanea? 

L'ex soprintendente Adriano La Regina, dichiaratosi favorevole oggi al progetto di Marino8, scriveva in passato che il grande parco archeologico compreso entro il perimetro delle Mura aureliane di fatto esiste già... e occorre solamente organizzarlo diversamente. Occorre in primo luogo sottrarlo alla sua condizione di spazio utilizzato per l’attraversamento veicolare e, in alcuni ambiti, come riserva di esclusivo interesse turistico. [...] Si dovranno nuovamente rendere agibili gli spazi già in antico destinati all’uso pubblico: le piazze quali luoghi di sosta e di attraversamento, le strade come viabilità ordinaria pedonale9

Senza avviare operazioni titaniche dalle premesse già fragili e dagli esiti altamente incerti, sarebbe prudente accettare il frammento, la cesura, la storia di quest’arteria stradale sfruttandola come percorso di conoscenza dei Fori, attrezzandola opportunamente (al contrario di quanto accade oggi). Ne risulterebbe un percorso narrante in grado di far leggere le storie – non un’unica storia – dei Fori, non una strada trafficata com’era fino a pochi giorni fa né un marchio infame da rimuovere a tutti i costi. Per tornare ai principi informatori del restauro, il minimo intervento appunto. Questo sì sarebbe un accorto uso pubblico della storia, oltre che dei finanziamenti.


1. Intervista di Lucia Annunziata a Ignazio Marino per Huffington Post, 10 agosto 2013.
2. Si fa riferimento all'efficace espressione utilizzata da Andreina Ricci nel saggio Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto, Donzelli Editore, Roma, 2006.
3. Carlo Aymonino, Progettare Roma capitale, Editori Laterza, Bari, 1990 e Raffaele Panella, Roma. Città e Foro, Officina Edizioni, Roma, 1989.
4. La storia "moderna" dei Fori è tracciata in Italo Insolera, Francesco Perego, Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma, Editori Laterza, Bari, 1983, con significativi aggiornamenti nelle edizioni successive. Una sintesi efficace del dibattito è rintracciabile nella postfazione di Mauro Baioni al libro di Antonio Cederna, Mussolini urbanista. Lo sventramento di roma negli anni del consenso, 2^ edizione, Corte del Fontego, Venezia, 2006, pubblicata su Eddyburg, il blog di Edoardo Salzano.
5. Intervista di Silvia Moretti ad Andreina Ricci, in D'Architettura n.33, agosto 2007.
6. Giovanni Carbonara, Restauro architettonico: principi e metodo, Mancosu Editore, Roma, 2012.
7. L'espressione è ancora di Andreina Ricci nel già citato saggio.
8. Intervista ad Adriano La Regina, Corriere della Sera, 3 agosto 2013.
9. Si veda Maria Bugli, Roma: continuità dell'antico. I Fori imperiali nel progetto della città, Electa, Milano, 1981.

venerdì 12 ottobre 2012

Pikionis. Della Topografia estetica


"Non esiste nulla di isolato, ma tutto è parte di una universale Armonia. Tutte le cose si compenetrano l’una nell’altra e l’un l’altra patiscono, e l’un l’altra si trasformano. E non è possibile comprenderne una, se non tra le altre."
Dimitris Pikionis, Topografia estetica, 1935
(trad. it. in A. Ferlenga. Pikionis 1887-1968, Electa, 1999)

sabato 18 agosto 2012

L'urgenza dell'effimero, ovvero un ricordo di Renato Nicolini


Ho rimandato troppo la pubblicazione di questo post. Speravo di poter pubblicare un botta e risposta con Renato Nicolini, venuto a mancare all’inizio di agosto nella sua Roma. Qualche anno fa a Venezia, nella vastità dell’offerta didattica dei workshop di progettazione, scelsi di seguire proprio quello di Nicolini per tre motivi:
il titolo e il tema, anzitutto: Per una operante storia urbana del Lido immaginato, una appassionata esercitazione sul meraviglioso urbano al Lido di Venezia, partendo dagli spunti di Muratori, dalle tante Venezie possibili, dal Teatro del Mondo di Aldo Rossi e le tante Venezie analoghe … arrivando alla Morte a Venezia di Thomas Mann, a Hugo Pratt e ai suoi pranzi da Scarso a Malamocco, ai mitici bagni dell’altrettanto mitico De Bains, alle corse di Tazio Nuvolari, al Festival del Cinema …
l’uomo e il personaggio: un architetto fuori dagli schemi, politico impegnato e troppo colto per il suo stesso partito, assessore alla Cultura nella prima giunta rossa romana firmata Argan, padre dell’Estate romana e, con essa, di un altro modo di intendere e pensare la città;
un italiano, un romano: prima di seguire corsi di docenti stranieri, mi piaceva l’idea di seguire un altro architetto romano dopo i corsi già seguiti con Carlo Aymonino e Franco Purini, un’occasione troppo ghiotta nel clima di decadenza autoreferenziale della Scuola di Venezia.
Dopo il sopralluogo al Lido, all’ex Ospedale al mare, al Blue Moon di Giancarlo De Carlo, a Malamocco, iniziarono a prendere forma i vari progetti che, in molti casi, assumevano la tipologia del padiglione come paradigma di temporaneità, flessibilità, modularità, mutevolezza degli spazi urbani, fruibilità di aree talvolta residuali; tutto sommato, qualcosa di non troppo distante dalla mitica Estate romana, dal cinema dentro la Basilica di Massenzio, dal palco sulla spiaggia di Castel Porziano. Io e la mia compagna ci ritrovammo a progettare qualcosa che mai avremmo immaginato prima: un grande padiglione galleggiante adibito al trasporto passeggeri, un enorme vaporetto atipico di forma troncoconica, molto simile al cenotafio troncoconico di Boullée. Un padiglione che, galleggiando e spostandosi in laguna, avrebbe esaltato con la sua forma pura tutta la complessità di Venezia. Pensammo inizialmente a uno zatterone per concerti, influenzati dalle immagini del concerto dei Pink Floyd a Venezia dell’ ’89, con cinque cupole leggere, a richiamare le cupole marciane, senza tuttavia rinunciare alla complessità spaziale interna con un occhio al padiglione di Osaka di Maurizio Sacripanti (grande innominato nella Facoltà di Architettura di Venezia). Questa soluzione non piacque a Nicolini, non era saggio assecondare l’effimero veneziano con qualcosa di altrettanto effimero come concerti, eventi e spettacoli galleggianti. Ecco dunque l’idea del trasporto passeggeri in laguna, qualcosa con cui la città si confronta quotidianamente, ed ecco l’approdo a questo tronco di cono con spazi di lettura e postazioni wireless all’interno (“la tecnologia come bene comune”) e una scala ellittica che si avvolgeva fino alla sommità portando in sette ambienti tematici, ciascuno dei quali rappresentante un progetto irrealizzato per Venezia. Traslando parole, tempi e significati, una nuova Corte Sconta detta Arcana, le cui sette porte permettono di arrivare in Venezie altre, immaginarie e immaginifiche, sempre irrealizzate e incompiute, con i progetti di Loos e Samonà, Scarpa e Le Corbusier, Quaroni, Kahn e Holl. Con un escluso di eccezione: Wright. Insomma … una follia! Non credo sia stato il progetto più riuscito ma il percorso fu stimolante e la lezione di Nicolini indimenticabile: “non esiste vita se non c’è conflitto … il cinema dove si facevano i concerti, il festival di poesia in spiaggia”. Del resto, a parte la sterile polemica sull’effimero – termine usato e abusato per etichettare la proposta culturale di Renato Nicolini – la città di Roma era tornata a essere una capitale vibrante, propositiva, tutt’altro che effimera: “un avvenimento effimero lascia segni nella memoria … bisogna accettare che la nostra vita sia effimera, cambi, per conservarne il senso … alcuni ricordi rimangono a vita. Possiamo definire tutto ciò effimero? Se vogliamo, si!”. Ora come ai tempi dell’assessorato alla Cultura di Renato Nicolini, la parola imperante è crisi. I nostri Comuni, le Amministrazioni pubbliche in generale, sono vittime di tagli estremi alle risorse nell’ottica della razionalizzazione dei conti; sull’altro piatto della bilancia c’è una crisi culturale, un azzeramento della ricerca scientifica e tecnologica, l’emergere di tutte le disfunzioni di un sistema universitario malsano e, non ultime, le città che riflettono in pieno il momento che viviamo. Ora come allora, quindi, non solo è necessario pensare a nuovi modelli urbani e sociali, è oltremodo urgente far propria quella lezione e proporre idee nuove, spesso poco costose (come ai tempi dell’Estate romana nicoliniana), per riportare la Cultura e la gente in strada, a riappropriarsi di ciò che è loro: le città.

sabato 9 giugno 2012

Questa chiesa non è un albergo!


Cosa c’è in comune fra una casa e una chiesa? A parte le associazioni lessicali relative a ragazze ‘case e chiesa’ e alla chiesa intesa come casa di Dio, poco altro. Dal punto di vista meramente tipologico, poi, assolutamente nulla; un recente saggio curato da Silvia Malcovati sull’opera e il pensiero di un raffinato architetto, Giorgio Grassi, si intitola Una casa è una casa1. Analogamente, una chiesa è una chiesa.
E quante volte abbiamo sentito dire dalle nostre mamme “questa casa non è un albergo!”? A quanto pare, ciò non vale per le chiese medievali del Belgio.
Proprio oggi su Repubblica.it2 c’è un breve articolo accompagnato da dieci foto riguardanti le suddette chiese trasformate in hotel, ristoranti, boutique (boutique!).
Certo, il riuso accompagna la conservazione proprio tramite la trasformazione ma le tipologie – e il senso profondo delle cose, non ultimo delle architetture – ha delle compatibilità delle quali evidentemente in Belgio non si tiene conto: conservano il dato materiale stravolgendo gli spazi – e il senso – interni alle fabbriche religiose medievali. Qualcosa su cui riflettere, soprattutto in un Paese in cui la cultura del restauro guarda più favorevolmente a una tendenza che, almeno in Italia, si colloca all’opposto e cioè al ripristino.
Non voglio sindacare sulle motivazioni economiche che hanno spinto progettisti e investitori a snaturare quelle chiese, peraltro ben conservate almeno apparentemente, ma il restauro – verum factum dell’architettura3 – ha ragioni che la ragione economica non ha.

1. Una casa è una casa. Scritti sul pensiero e sull'opera di Giorgio Grassi, a cura di Silvia Malcovati, Franco Angeli, Milano, 2011
2. Si rimanda direttamente all'articolo in questione.
3. Si rimanda alle tesi di Renato De Fusco esposte nel suo recente saggio: Restauro. Verum factum dell'architettura italiana, Carocci Editore, Roma, 2012

sabato 28 aprile 2012

Il senso del tempo ...


"Gli uomini, che inventarono il tempo, hanno poi inventato l'eternità come antitesi, ma la negazione del tempo è vana quanto il tempo. Non c'è né passato né futuro, ma solo una serie di presenti che si susseguono, un percorso, di continuo distrutto e ininterrotto, in cui tutti avanziamo."
da Marguerite Yourcenar, Sistina, in Il Tempo, grande scultore, 1983

mercoledì 4 aprile 2012

Koolhaas al Fondaco dei Tedeschi: "et loco non capisse"

Venezia, 1505. Nella notte fra il 27 e il 28 gennaio un incendio distrugge il Fondaco dei Tedeschi, a pochissimi metri dal Ponte di Rialto (ancora ligneo). Il governo veneziano provvede alla vera e propria ricostruzione di un edificio polifunzionale in cui i mercanti tedeschi possano alloggiare ma soprattutto immagazzinare e commerciare le proprie merci. Si tratta di un cantiere insolitamente rapido per Venezia: in appena tre anni il nuovo Fondaco è ultimato. Ufficialmente il progetto è di Girolamo Tedesco e gli esecutori sono Giorgio Spavento e Antonio Abbondi “lo Scarpagnino”, entrambi architetti di Stato essendo rispettivamente proto dei Procuratori di San Marco de supra e proto dei Provveditori al sale. Tuttavia i caratteri dell’edificio, i rapporti con Andrea Gritti (futuro doge illuminato) e col governo veneziano in merito alle opere idrauliche in terraferma e alle fortificazioni portano ad attribuire il progetto a Fra’ Giocondo.

Venezia, 2012. Dopo aver acquistato nel 2008 il Fondaco dei Tedeschi, la Fondazione Benetton illustra con orgoglio il progetto commissionato a Rem Koolhaas/OMA di renovation and redefinition of landmark building1 finalizzato alla creazione di un polo commerciale e culturale nello storico edificio. In effetti non si può parlare di restauro, nemmeno del più creativo dei restauri; non a caso le reazioni dell’opinione pubblica non si sono fatte attendere2. A mio modestissimo parere si tratta di un progetto illogico e sbagliato per almeno tre motivi: nella forma, nel merito e nel metodo.
La forma del progetto. La terrazza panoramica in luogo di una porzione di tetto a falde è forse l’elemento meno impattante. A essere letteralmente stravolto è lo spazio interno nel quale Koolhaas prevede scale mobili, delle quali quella inferiore removibile per lasciare spazio a eventi al piano terra. Dunque uno spazio centrale vuoto estremamente significante – e caratterizzante il modello del foro greco fortemente voluto da Fra’ Giocondo – pensato per essere vissuto e percepito girandoci attorno – e non attraverso - ai vari livelli, viene trasformato in uno spazio attraversabile grazie a scale mobili aeree; scale che, per collegare i vari livelli, prevedono la demolizione di parti dei parapetti e molto probabilmente qualche soluzione altrettanto invasiva per consolidare e rinforzare i tratti di solaio interessati.
Il merito del progetto. Secondo il Sindaco Orsoni, favorevole al progetto, “il Fondaco dei Tedeschi ritrova la sua originaria destinazione, quella di un luogo destinato allo scambio, al commercio, alle relazioni e alla produzione culturale”3. In realtà quello proposto da Benetton e Koolhaas è un megastore con spazi destinati – anche – a presunti eventi culturali e con una superficie di vendita non inferiore a 6800 metri quadri, un megastore che andrebbe attraversato con le scale mobili in un vertiginoso quanto perverso percorso verso l’alto fino a giungere alla terrazza panoramica, per godere appieno di una inedita e appagante vista dall’alto del Ponte di Rialto: il massimo per una società dello spettacolo4 che rende Venezia sempre più simile a Las Vegas. Ciò che credo sfugga al Sindaco Orsoni è la profonda differenza fra vita nel/del Fondaco nei secoli passati e quella prefigurata da Koolhaas e Benetton, la stessa differenza fra una società di mercanti e una di turisti consumatori, la stessa differenza fra un edificio al servizio della città con le proprie merci e una città merce di sé stessa al servizio di un edificio, la stessa sottile differenza fra l’uso e il consumo. A quanto pare gli amministratori cittadini non imparano la lezione sulla insostenibile mercificazione di Venezia, a partire dal concerto dei Pink Floyd del 1989 per arrivare in tempi recentissimi alla scellerata proposta di candidare la città a sede delle Olimpiadi 2020, fortunatamente bocciata dal CONI due anni fa5.
Il metodo del progetto. Ciò che sconvolge ancora di più, se possibile, è la proposta della Fondazione Benetton di versare sei milioni di euro a titolo di “beneficio pubblico” (una filantropia d’altri tempi!) nelle casse quasi vuote del Comune, a condizione che tutte le autorizzazioni di competenza comunale siano rilasciate entro dodici mesi e che i lavori abbiano termine entro quarantotto mesi, in deroga alla vigente normativa urbanistica, creando un precedente nefasto. Come osserva Salvatore Settis, "se questo esempio sarà seguito, c'è da scommettere che le autorizzazioni edilizie verranno ormai bloccate finché il proprietario interessato non versi "a titolo di beneficio pubblico" una congrua regalia. Se i meno abbienti non possono permetterselo, peggio per loro. Per il Fondaco, gli uffici comunali hanno completato in meno di una settimana l'istruttoria sulle pratiche: quali sarebbero stati i tempi per un cittadino normale?"6. In questo presunto scambio di figurine il passo da Benetton a Benettown è breve.
Il primo progetto è stato bocciato e i termini sono scaduti; tuttavia è stata presentata una seconda versione, pare più edulcorata, attualmente al vaglio delle apposite commissioni7. Ciò che penso debba far riflettere è che, al di là di passatismi e inutili nostalgie, una città come Venezia abbia rifiutato la modernità di Le Corbusier, Wright e Kahn ma al tempo stesso abbia accettato la presunta contemporaneità di Calatrava e rischi di assecondare la perversione di Koolhaas, un architetto che non a caso ha fatto proprio il motto fuck context8.

Venezia, 1514. Un altro devastante incendio distrugge il mercato di Rialto, dall’altra parte del Canal Grande rispetto al Fondaco dei Tedeschi. Fra’ Giocondo propone un progetto impostato ancora una volta sul modello del foro greco; il progetto viene scartato sia per il fuoriscala (se realizzato avrebbe scardinato l’intero tessuto edilizio dell’area realtina di San Polo) sia perché troppo all’antica – e dunque innovativo – per Venezia: la città non accetta un frammento così eloquente di classicità, così come non accetterà qualche decennio dopo il Ponte di Rialto in forma di tempio all’antica proposto da Palladio. A proposito di questo fuck context ante litteram il diarista veneziano Marin Sanudo riporta “Fra’ Ziocondo, qual non è qui, et loco non capisse”9.

Ironia della sorte, per la serie “corsi e ricorsi storici”, la stessa frase riferita a Fra’ Giocondo può essere benissimo traslata di circa cinque secoli e riadattata: “Rem Koolhaas, qual non è qui, et loco non capisse”.

1. L'intitolazione del progetto è tratta dal sito di OMA, cui si rimanda per le immagini.
2. A titolo riassuntivo si rimanda all'articolo di Vittorio Pizzigoni, Koolhaas al Fondaco dei tedeschi ci azzecca poco, pubblicato sull'edizione online del 27 febbraio 2012 de Il Giornale dell'Architettura.
3. Dichiarazione tratta da articolo di Edilizia e Territorio dell'8 febbraio 2012 a firma P.P.
4. Guy Debord, La Société du spectacle, Èditions Buchet-Chastel, Paris, 1967 (trad. it. La società dello spettacolo, collana Millelire, Stampa Alternativa, Viterbo, 1974).
5. Sugli effetti disastrosi del concerto dei Pink Floyd in Piazza San Marco, il 15 luglio 1989, si veda a titolo riassuntivo il blog venezialibera.altervista.org. Sulla candidatura di Venezia a ospitare le Olimpiadi 2020 e sulla relativa bocciatura vi è una sitografia sterminata.
6. Si veda l'articolo di Salvatore Settis su Repubblica del 13 febbraio 2012.
7. Su questo e sui recenti tormenti di Venezia-città vetrina si veda l'articolo di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera del 26 marzo 2012.
8. Rem Koolhaas, S,M,L,XL, The Monacelli Press, New York, 1995
9. Sugli incendi veneziani del primo '500 e sulle relative implicazioni architettoniche si veda il saggio di Manuela Morresi, Il "secolo breve" di Venezia, in Storia dell'architettura italiana. Il primo Cinquecento, a cura di Arnaldo Bruschi, Electa, Milano, 2002.

domenica 18 marzo 2012

Dal neorealismo al realismo. Verso una nuova architettura della realtà


La situazione socioeconomica attuale è per molti versi problematica e preoccupante, così come del resto lo sono state altre fasi della storia recente e passata, in un continuo flusso sinusoidale di crescita e decrescita rappresentato puntualmente e parallelamente dalla letteratura, dalla pittura, dall’architettura, dalla musica, da ogni forma di arte. Il secondo dopoguerra ha visto trasporre i caratteri della società del tempo nella stagione neorealista, espressione esemplare di quegli anni; in architettura in particolare gli edifici manifestavano apertamente e senza infingimenti la propria struttura e i propri elementi accessori, secondo un linguaggio difficilmente apprezzabile oggi ma, coerentemente col concetto di kunstwollen espresso da Alois Riegl, assolutamente e inevitabilmente legato all’estetica di quel periodo. Gli stessi anni in cui l’Italia rinuncia all’industrializzazione edilizia in modo specifico per privilegiare un’edilizia dal sapore artigianale, in grado di occupare il maggior numero possibile di operai non qualificati né specializzati e di rispondere al dirompente problema della casa per tutti con toni domestici familiari e concilianti, affatto eversivi o sperimentali. Non è un caso che la Legge Fanfani1 emanata nel 1949 – su iniziativa del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, e non delle Infrastrutture o dei Lavori Pubblici - abbia assunto l’edilizia come volano economico per rilanciare un Paese uscito rovinosamente dalla guerra. E pur con tutti i limiti – e le lucide autocritiche (si pensi al Paese dei barocchi2 di Ludovico Quaroni a proposito del quartiere-manifesto del neorealismo, il Tiburtino a Roma) – quella stagione è stata caratterizzata da un consapevole professionismo tanto nella pratica progettuale quanto in quella costruttiva. Sono nate così le borgate, le stesse in cui non molti anni dopo passavano le proprie giornate i ragazzi di vita di Pasolini, le stesse in cui si cercava un riscatto dopo la disastrosa guerra. Dopo il boom – il piano INA-Casa è durato quattordici anni – è arrivata la grande crisi energetica, oltre che sociale, degli anni ’70 e in questo caso la reazione in architettura è stata di segno opposto: dalla realtà all’utopia. I movimenti radicali hanno costantemente ricercato (o immaginato?) scene fisse ben diverse da quelle delle città per società altrettanto diverse da quella cui appartenevano, e proprio Roma è stata campo privilegiato – grazie soprattutto alla guida illuminata di Giulio Carlo Argan – per le evasioni nell’effimero dell’estate romana3, brillante intuizione di Renato Nicolini, all’epoca giovanissimo assessore alla cultura. La stessa città per parti, reduce seppure con distinzioni e spesso con personali declinazioni degli studi sui fenomeni urbani e sui rapporti fra tipologia edilizia e morfologia urbana di stampo muratoriano, ha prodotto episodi architettonici altamente significativi di quegli anni. In questo caso, risolti i problemi del dopoguerra, ci si è indirizzati verso un doppio binario parallelo di sperimentazione: da un lato la produzione edilizia e il relativo comparto, con studi molto spinti su sistemi prefabbricati e industrializzati (si pensi all’apporto di Enrico Mandolesi, Achille Petrignani, Marcello Grisotti, Giuseppe Ciribini solo per citarne alcuni), dall’altro la ricerca architettonica che, come raramente prima di allora, trovava puntuale riscontro nelle architetture realizzate (il Gallaratese di Aymonino e Rossi che si innesta nella periferia milanese, il Casilino di Quaroni che sembra galleggiare nella periferia romana come un frammento residuo del Campo Marzio piranesiano, il sistema di edifici-ponte del Laurentino di Barucci, il Corviale di Fiorentino – emblematico per il nostro discorso -, il Forte Quezzi di Daneri che serpeggia sul crinale genovese, Rozzol Melara di Celli e Tognon che si impone con un netto fuori scala sul contesto triestino, Tor Sapienza di Gatti che ancora una volta guarda al lato orientale di Roma già oggetto degli studi sul SDO, lo Zen di Gregotti che allude alla pratica della centuriazione romana per la periferia di Palermo, le tanto vituperate vele di Scampia di Franz Di Salvo che ricercano nuovi modi dell’abitare in una città nella quale il solo sforzo di un’alternativa sarebbe da apprezzare e non da condannare, a prescindere dagli esiti le cui responsabilità non possono cadere esclusivamente sui progetti in molti casi non portati a termine così come previsto o letteralmente incompiuti). Riassumendo, due forti stagioni di crisi con due risposte diametralmente opposte ma ugualmente dense di apporti teorici ed esiti concreti. Quale sarà dunque la risposta dell’architettura alla crisi attuale? Cosa farà seguito a questa stagione di forte autoreferenzialità e design ingigantito, ben distante da pianificazioni di ampio respiro? Chissà se passeremo dal neorealismo – ormai ridotto a pallido ricordo – a un nuovo realismo4 in grado di farci tornare a riflettere sul senso profondo delle cose al di là della loro apparenza. Fino ad allora si assiste a una recente attenzione per la tipologia del grattacielo (a partire dall’hinterland veneto e lombardo per arrivare all’agro romano, con tanto di costituzione della “commissione grattacieli” nella capitale), della quale è francamente poco condivisibile l’opzione dato l’altissimo tasso di edifici/alloggi disponibili e la cui logica insediativa appare tutt’altro che coerente con i tessuti edificati delle nostre città; si tratta di una tipologia che su un suolo limitato permette di massimizzare il capitale e di immobilizzarlo in un periodo di forte deprezzamento del capitale finanziario stesso. C’è pertanto da sperare che non si ripeta il boom dei grattacieli della Scuola di Chicago che nel 1929 ha preceduto di pochissimo la più grossa bolla economica del XX secolo.

1. Legge 28 febbraio 1949, n. 43 - "Provvedimenti per incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori". La bibliografia sulle ripercussioni architettoniche del piano INA-Casa è sterminata; si segnalano per completezza e rilevanza i testi I 14 anni del piano INAcasa a cura di Luigi Beretta Anguissola, edito da Staderini nel 1963 e riedito da Edilstampa nel 2008, e La grande ricostruzione: il piano INA-Casa e l'Italia degli anni Cinquanta a cura di Paola Di Biagi, edito da Donzelli nel 2001 e recentemente ripubblicato in una versione più economica.
2. Ludovico Quaroni, Il paese dei barocchi, in Casabella-Continuità n. 215 del 1957, ora in Casabella n. 539 del 1987.
3. Anche sull'estate romana vi è una vastissima bibliografia nella quale spicca il saggio Estate romana 1976-85: un effimero lungo nove anni, scritto da Renato Nicolini nel 1991 per i tipi di Sisifo e ripubblicato nel 2011 con una nuova introduzione da Città del Sole Edizioni. Si segnala inoltre la bella puntata de La storia siamo noiMeraviglioso urbano. Trent'anni di Estate Romana.
4. Si veda al riguardo Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, 2012.