venerdì 27 gennaio 2012

Per una architettura civile

Definire l’ “Architettura Civile” è impresa ardua. Non è però sui caratteri dell’architettura civile che voglio soffermarmi; mi interessa la vocazione civile dell’architettura, intesa come arte (e scienza) al servizio della collettività, come dire l’accezione tendente all’etica più che all’estetica. Una vocazione che ha caratterizzato gran parte delle opere della generazione italiana dei vari Aymonino, Canella, Rossi, e non a caso molti di questi architetti hanno partecipato attivamente alla vita politica confermando quel legame fra strutture architettoniche e sovrastrutture socioeconomiche su cui Manfredo Tafuri ha fornito una lucida interpretazione, seppure di parte, in Progetto e utopia. Il periodo in cui l’architettura italiana contemporanea ha avuto una centralità esclusiva e riconosciuta nel panorama internazionale è stato caratterizzato da questo modo di intendere l’architettura, da questo approccio al progetto. Naturalmente, per il principio del complesso di Edipo, quella stessa generazione di padri – che pure ha fornito opere e indicazioni teorico-metodologiche ancora attuali e, credo, ancora da rivalutare con la dovuta lucidità permessa talvolta solo dalla distanza temporale – è stata rinnegata dai figli – che, fino a prova contraria, non sembrano aver aggiunto alcunché di rilevante, evitando le insane generalizzazioni. Certamente sono mutate le condizioni al contorno del fare architettura, così come certamente la committenza pubblica (in gran parte coincidente con la committenza di architettura dal valore civile, pur con dovute e poche illuminate eccezioni) ma l’impressione è che siano cambiate le finalità del progetto, e con esse il senso e il valore delle opere realizzate. L’architettura non è un mito recita il titolo di una bella monografia su Carlo Aymonino curata da Claudia Conforti, e in un certo senso andrebbe smitizzata se non altro togliendole il fardello delle responsabilità sovrastrutturali di cui sopra (seppure la critica contemporanea sia particolarmente accanita nel giudicare in modo pregiudiziale il Corviale, lo Zen ecc. senza distinzione fra problemi squisitamente architettonici e defezioni di altra natura). Ma se, come Riegl prima e Dvořák poi ci hanno insegnato, ogni prodotto della società rappresenta pienamente la stessa società che l’ha prodotto, l’architettura italiana contemporanea ha completamente smarrito quella vocazione civile che l’ha caratterizzata (a partire dall’età antica per arrivare agli ultimi decenni) e, luoghi comuni a parte, i prodotti architettonici sono sempre più oggetti isolati. Declinando diversamente, appunto: la solitudine degli edifici. Architettura sostenibile, griffata, patinata, tecnologicamente perfetta (ma sarà poi vero?) eppure come la società che la produce: incivile.

giovedì 29 dicembre 2011

La Scuola veneziana di Architettura

Dal 6 dicembre e fino al 20 gennaio è allestita presso l'ex cotonificio veneziano la mostra monografica Gianugo Polesello Maestro dell'indecifrabile. Autoritratti veneziani, curata da Gundula Rakowitz. Sono raccolti disegni di progetto, schizzi, appunti e modelli di uno dei Maestri della Scuola veneziana degli anni '60 e '70, un Maestro di poche architetture realizzate per la verità ma anche di una ricerca teorica probabilmente consumata ma, a mio modesto parere, da rivalutare. Un Maestro sul quale scarseggiano le monografie (fatta eccezione per una della Electa curata da Mirko Zardini e un'altra della Kappa curata da Francesco Moschini, con un'introduzione di Pierluigi Grandinetti), una inevitabile mancanza proporzionale all'abbondanza dei contributi teorici di quegli anni. Probabilmente oggi la ricerca di Polesello appare sospesa nella teoria, difficilmente applicabile (come è normale che sia a qualche decennio di distanza) eppure ancora ricca di aspetti da scoprire e rivalutare: l'unione architettura-urbanistica (eredità di Samonà, suo Maestro nella stessa Scuola veneziana), il rapporto fra architettura e contesto (vero leit motiv di tutta la ricerca del gruppo veneziano di quegli anni) e fra tipo come matrice fondante del progetto e forma della città, il confine fra forme e figure della composizione, tenendo quest'ultima ben distinta dalla progettazione.
Un'occasione, questa mostra, per interrogarsi sull'identità dell'ei fu Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Durante la discussione di laurea triennale il Preside, Presidente della Commissione, mi chiese se secondo me esistesse ancora la "Scuola di Venezia"; risposi ingenuamente di si, ritenendo che le differenze presenti oggi nel corpo docente rispondessero ancora a quel requisito tanto importante per la Scuola di Samonà: la varietà come valore aggiunto. Mi sono ricreduto; ho l'impressione che l'IUAV abbia assunto la tendenza - nazionale, per la verità - a dare spazio a chi in fondo non ha nulla da dire, e continui a preferire dottori di ricerca - in molti casi ex collaboratori e assistenti, in moltissimi casi privi di esperienza progettuale per non parlare della pratica di cantiere - ad architetti con cognizione di causa, che frequentano i cantieri pur non avendo all'attivo un dottorato, che partecipano a concorsi, che si confrontano con la professione. D'altronde i verbali delle procedure di valutazione comparativa sono pubblici. La Scuola di Samonà era una fucina di apporti teorici ma allo stesso tempo era perfettamente calata nella realtà operativa, oggi non si ritrovano né sostanziali linee teoriche innovative né aderenza delle esperienze dei laboratori progettuali al mondo reale.
In qualche modo sembra si stia pagando il prezzo di avere un corpo docente costituito in gran parte da allievi di allievi dei Maestri.
Non è un caso che l'ultimo libro sul tema, Officina Iuav, 1925-1980. Saggi sulla scuola di architettura di Venezia a cura di Guido Zucconi ed edito da Marsilio, si fermi al 1980 nel considerare l'IUAV una "officina": ancora una volta si rimpiange l'era di Samonà e, a seguire, le direzioni di Carlo Scarpa e Carlo Aymonino.
Mai come oggi sembra pertinente il disegno di Aldo Rossi - che la Scuola veneziana ha dimenticato in fretta, forse prendendo alla lettera distorcendone il significato quel "dimenticare Aldo Rossi" di Vittorio Savi - intitolato Architettura assassinata (1974), e ancor più la nota a un altro suo disegno del 1975: Ora tutto questo è perduto.

domenica 20 novembre 2011

Un possibile inizio

Quando si inizia a progettare ci si ritrova davanti al foglio bianco, è uno di quei momenti in cui le idee - spesso confuse - si materializzano nei primi tratti del progetto. Per gli architetti più trendy quei tratti permangono fino alla fine contenendo in nuce l'essenza stessa del progetto; per gli architetti più umili quegli stessi tratti vengono rielaborati, cancellati e stravolti fino a diventare tutt'altro.
Iniziare a scrivere in un blog dedicato soprattutto all'architettura - ma non solo - è un'operazione esattamente identica: da dove si comincia?
Intanto di blog dedicati all'architettura ce ne sono tanti - troppi - e spesso sono frutto di una partigianeria malsana che poco aggiunge a un dibattito. 
Le brevi note che scriverò qui vogliono essere altro, una sorta di diario - con tutte le ingenuità tipiche di un diario! - in cui annoterò qualche riflessione sull'architettura, su ciò che studio, su ciò che ricerco, su ciò che vedo e leggo. 
Come cominciare, dunque? Con una citazione di Francesco Venezia, architetto al cui lavoro guardo da tempo con attenzione e ammirazione e che, non a caso, si tiene saggiamente fuori dal circuito trendy e radical chic delle ormai consunte archistar:
"[In Sicilia dove, più che altrove] è dominante il sentimento tragico dell'avvicendarsi delle cose, l'attività del costruire finisce sempre per coincidere con l'attività stessa del restaurare.V'è qui, nella vita delle pietre, alcunché di ciclico. Cavate alla luce a formare edifici equilibrati, ritornano alla terra a costituire il disordine di un universo frammentario, che è promessa di futuri equilibri."
Francesco Venezia, Costruire in Sicilia, in Emanuele Fidone, Vincenzo Latina, Bruno Messina. 'Restauri' iblei, a cura di Adriano Cornoldi e Marco Rapposelli, Il Poligrafo, 2007