Dal 6 dicembre e fino al 20 gennaio è allestita presso l'ex cotonificio veneziano la mostra monografica Gianugo Polesello Maestro dell'indecifrabile. Autoritratti veneziani, curata da Gundula Rakowitz. Sono raccolti disegni di progetto, schizzi, appunti e modelli di uno dei Maestri della Scuola veneziana degli anni '60 e '70, un Maestro di poche architetture realizzate per la verità ma anche di una ricerca teorica probabilmente consumata ma, a mio modesto parere, da rivalutare. Un Maestro sul quale scarseggiano le monografie (fatta eccezione per una della Electa curata da Mirko Zardini e un'altra della Kappa curata da Francesco Moschini, con un'introduzione di Pierluigi Grandinetti), una inevitabile mancanza proporzionale all'abbondanza dei contributi teorici di quegli anni. Probabilmente oggi la ricerca di Polesello appare sospesa nella teoria, difficilmente applicabile (come è normale che sia a qualche decennio di distanza) eppure ancora ricca di aspetti da scoprire e rivalutare: l'unione architettura-urbanistica (eredità di Samonà, suo Maestro nella stessa Scuola veneziana), il rapporto fra architettura e contesto (vero leit motiv di tutta la ricerca del gruppo veneziano di quegli anni) e fra tipo come matrice fondante del progetto e forma della città, il confine fra forme e figure della composizione, tenendo quest'ultima ben distinta dalla progettazione.
Un'occasione, questa mostra, per interrogarsi sull'identità dell'ei fu Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Durante la discussione di laurea triennale il Preside, Presidente della Commissione, mi chiese se secondo me esistesse ancora la "Scuola di Venezia"; risposi ingenuamente di si, ritenendo che le differenze presenti oggi nel corpo docente rispondessero ancora a quel requisito tanto importante per la Scuola di Samonà: la varietà come valore aggiunto. Mi sono ricreduto; ho l'impressione che l'IUAV abbia assunto la tendenza - nazionale, per la verità - a dare spazio a chi in fondo non ha nulla da dire, e continui a preferire dottori di ricerca - in molti casi ex collaboratori e assistenti, in moltissimi casi privi di esperienza progettuale per non parlare della pratica di cantiere - ad architetti con cognizione di causa, che frequentano i cantieri pur non avendo all'attivo un dottorato, che partecipano a concorsi, che si confrontano con la professione. D'altronde i verbali delle procedure di valutazione comparativa sono pubblici. La Scuola di Samonà era una fucina di apporti teorici ma allo stesso tempo era perfettamente calata nella realtà operativa, oggi non si ritrovano né sostanziali linee teoriche innovative né aderenza delle esperienze dei laboratori progettuali al mondo reale.
In qualche modo sembra si stia pagando il prezzo di avere un corpo docente costituito in gran parte da allievi di allievi dei Maestri.
Non è un caso che l'ultimo libro sul tema, Officina Iuav, 1925-1980. Saggi sulla scuola di architettura di Venezia a cura di Guido Zucconi ed edito da Marsilio, si fermi al 1980 nel considerare l'IUAV una "officina": ancora una volta si rimpiange l'era di Samonà e, a seguire, le direzioni di Carlo Scarpa e Carlo Aymonino.
Mai come oggi sembra pertinente il disegno di Aldo Rossi - che la Scuola veneziana ha dimenticato in fretta, forse prendendo alla lettera distorcendone il significato quel "dimenticare Aldo Rossi" di Vittorio Savi - intitolato Architettura assassinata (1974), e ancor più la nota a un altro suo disegno del 1975: Ora tutto questo è perduto.