domenica 18 marzo 2012

Dal neorealismo al realismo. Verso una nuova architettura della realtà


La situazione socioeconomica attuale è per molti versi problematica e preoccupante, così come del resto lo sono state altre fasi della storia recente e passata, in un continuo flusso sinusoidale di crescita e decrescita rappresentato puntualmente e parallelamente dalla letteratura, dalla pittura, dall’architettura, dalla musica, da ogni forma di arte. Il secondo dopoguerra ha visto trasporre i caratteri della società del tempo nella stagione neorealista, espressione esemplare di quegli anni; in architettura in particolare gli edifici manifestavano apertamente e senza infingimenti la propria struttura e i propri elementi accessori, secondo un linguaggio difficilmente apprezzabile oggi ma, coerentemente col concetto di kunstwollen espresso da Alois Riegl, assolutamente e inevitabilmente legato all’estetica di quel periodo. Gli stessi anni in cui l’Italia rinuncia all’industrializzazione edilizia in modo specifico per privilegiare un’edilizia dal sapore artigianale, in grado di occupare il maggior numero possibile di operai non qualificati né specializzati e di rispondere al dirompente problema della casa per tutti con toni domestici familiari e concilianti, affatto eversivi o sperimentali. Non è un caso che la Legge Fanfani1 emanata nel 1949 – su iniziativa del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, e non delle Infrastrutture o dei Lavori Pubblici - abbia assunto l’edilizia come volano economico per rilanciare un Paese uscito rovinosamente dalla guerra. E pur con tutti i limiti – e le lucide autocritiche (si pensi al Paese dei barocchi2 di Ludovico Quaroni a proposito del quartiere-manifesto del neorealismo, il Tiburtino a Roma) – quella stagione è stata caratterizzata da un consapevole professionismo tanto nella pratica progettuale quanto in quella costruttiva. Sono nate così le borgate, le stesse in cui non molti anni dopo passavano le proprie giornate i ragazzi di vita di Pasolini, le stesse in cui si cercava un riscatto dopo la disastrosa guerra. Dopo il boom – il piano INA-Casa è durato quattordici anni – è arrivata la grande crisi energetica, oltre che sociale, degli anni ’70 e in questo caso la reazione in architettura è stata di segno opposto: dalla realtà all’utopia. I movimenti radicali hanno costantemente ricercato (o immaginato?) scene fisse ben diverse da quelle delle città per società altrettanto diverse da quella cui appartenevano, e proprio Roma è stata campo privilegiato – grazie soprattutto alla guida illuminata di Giulio Carlo Argan – per le evasioni nell’effimero dell’estate romana3, brillante intuizione di Renato Nicolini, all’epoca giovanissimo assessore alla cultura. La stessa città per parti, reduce seppure con distinzioni e spesso con personali declinazioni degli studi sui fenomeni urbani e sui rapporti fra tipologia edilizia e morfologia urbana di stampo muratoriano, ha prodotto episodi architettonici altamente significativi di quegli anni. In questo caso, risolti i problemi del dopoguerra, ci si è indirizzati verso un doppio binario parallelo di sperimentazione: da un lato la produzione edilizia e il relativo comparto, con studi molto spinti su sistemi prefabbricati e industrializzati (si pensi all’apporto di Enrico Mandolesi, Achille Petrignani, Marcello Grisotti, Giuseppe Ciribini solo per citarne alcuni), dall’altro la ricerca architettonica che, come raramente prima di allora, trovava puntuale riscontro nelle architetture realizzate (il Gallaratese di Aymonino e Rossi che si innesta nella periferia milanese, il Casilino di Quaroni che sembra galleggiare nella periferia romana come un frammento residuo del Campo Marzio piranesiano, il sistema di edifici-ponte del Laurentino di Barucci, il Corviale di Fiorentino – emblematico per il nostro discorso -, il Forte Quezzi di Daneri che serpeggia sul crinale genovese, Rozzol Melara di Celli e Tognon che si impone con un netto fuori scala sul contesto triestino, Tor Sapienza di Gatti che ancora una volta guarda al lato orientale di Roma già oggetto degli studi sul SDO, lo Zen di Gregotti che allude alla pratica della centuriazione romana per la periferia di Palermo, le tanto vituperate vele di Scampia di Franz Di Salvo che ricercano nuovi modi dell’abitare in una città nella quale il solo sforzo di un’alternativa sarebbe da apprezzare e non da condannare, a prescindere dagli esiti le cui responsabilità non possono cadere esclusivamente sui progetti in molti casi non portati a termine così come previsto o letteralmente incompiuti). Riassumendo, due forti stagioni di crisi con due risposte diametralmente opposte ma ugualmente dense di apporti teorici ed esiti concreti. Quale sarà dunque la risposta dell’architettura alla crisi attuale? Cosa farà seguito a questa stagione di forte autoreferenzialità e design ingigantito, ben distante da pianificazioni di ampio respiro? Chissà se passeremo dal neorealismo – ormai ridotto a pallido ricordo – a un nuovo realismo4 in grado di farci tornare a riflettere sul senso profondo delle cose al di là della loro apparenza. Fino ad allora si assiste a una recente attenzione per la tipologia del grattacielo (a partire dall’hinterland veneto e lombardo per arrivare all’agro romano, con tanto di costituzione della “commissione grattacieli” nella capitale), della quale è francamente poco condivisibile l’opzione dato l’altissimo tasso di edifici/alloggi disponibili e la cui logica insediativa appare tutt’altro che coerente con i tessuti edificati delle nostre città; si tratta di una tipologia che su un suolo limitato permette di massimizzare il capitale e di immobilizzarlo in un periodo di forte deprezzamento del capitale finanziario stesso. C’è pertanto da sperare che non si ripeta il boom dei grattacieli della Scuola di Chicago che nel 1929 ha preceduto di pochissimo la più grossa bolla economica del XX secolo.

1. Legge 28 febbraio 1949, n. 43 - "Provvedimenti per incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori". La bibliografia sulle ripercussioni architettoniche del piano INA-Casa è sterminata; si segnalano per completezza e rilevanza i testi I 14 anni del piano INAcasa a cura di Luigi Beretta Anguissola, edito da Staderini nel 1963 e riedito da Edilstampa nel 2008, e La grande ricostruzione: il piano INA-Casa e l'Italia degli anni Cinquanta a cura di Paola Di Biagi, edito da Donzelli nel 2001 e recentemente ripubblicato in una versione più economica.
2. Ludovico Quaroni, Il paese dei barocchi, in Casabella-Continuità n. 215 del 1957, ora in Casabella n. 539 del 1987.
3. Anche sull'estate romana vi è una vastissima bibliografia nella quale spicca il saggio Estate romana 1976-85: un effimero lungo nove anni, scritto da Renato Nicolini nel 1991 per i tipi di Sisifo e ripubblicato nel 2011 con una nuova introduzione da Città del Sole Edizioni. Si segnala inoltre la bella puntata de La storia siamo noiMeraviglioso urbano. Trent'anni di Estate Romana.
4. Si veda al riguardo Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, 2012.

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