Definire l’ “Architettura
Civile” è impresa ardua. Non è però sui caratteri dell’architettura civile che
voglio soffermarmi; mi interessa la vocazione civile dell’architettura, intesa
come arte (e scienza) al servizio della collettività, come dire l’accezione
tendente all’etica più che all’estetica. Una vocazione che ha caratterizzato
gran parte delle opere della generazione italiana dei vari Aymonino, Canella,
Rossi, e non a caso molti di questi architetti hanno partecipato attivamente
alla vita politica confermando quel legame fra strutture architettoniche e
sovrastrutture socioeconomiche su cui Manfredo Tafuri ha fornito una lucida
interpretazione, seppure di parte, in Progetto
e utopia. Il periodo in cui l’architettura italiana contemporanea ha avuto
una centralità esclusiva e riconosciuta nel panorama internazionale è stato
caratterizzato da questo modo di intendere l’architettura, da questo approccio
al progetto. Naturalmente, per il principio del complesso di Edipo, quella
stessa generazione di padri – che pure ha fornito opere e indicazioni
teorico-metodologiche ancora attuali e, credo, ancora da rivalutare con la
dovuta lucidità permessa talvolta solo dalla distanza temporale – è stata
rinnegata dai figli – che, fino a prova contraria, non sembrano aver aggiunto
alcunché di rilevante, evitando le insane generalizzazioni. Certamente sono
mutate le condizioni al contorno del fare architettura, così come certamente la
committenza pubblica (in gran parte coincidente con la committenza di
architettura dal valore civile, pur con dovute e poche illuminate eccezioni) ma
l’impressione è che siano cambiate le finalità del progetto, e con esse il
senso e il valore delle opere realizzate. L’architettura
non è un mito recita il titolo di una bella monografia su Carlo Aymonino
curata da Claudia Conforti, e in un certo senso andrebbe smitizzata se non
altro togliendole il fardello delle responsabilità sovrastrutturali di cui
sopra (seppure la critica contemporanea sia particolarmente accanita nel
giudicare in modo pregiudiziale il Corviale, lo Zen ecc. senza distinzione fra
problemi squisitamente architettonici e defezioni di altra natura). Ma se, come
Riegl prima e Dvořák poi ci
hanno insegnato, ogni prodotto della società rappresenta pienamente la stessa
società che l’ha prodotto, l’architettura italiana contemporanea ha
completamente smarrito quella vocazione civile che l’ha caratterizzata (a
partire dall’età antica per arrivare agli ultimi decenni) e, luoghi comuni a
parte, i prodotti architettonici sono sempre più oggetti isolati. Declinando
diversamente, appunto: la
solitudine degli edifici.
Architettura sostenibile, griffata, patinata, tecnologicamente perfetta (ma
sarà poi vero?) eppure come la società che la produce: incivile.